Perchè la poesia...
Juliusz Slowacki: Il testamento mio

Vissi con voi, soffrii e piansi con voi,
mai fui insensibile a un animo nobile,
oggi vi lascio, discendo nell’ombra
e quasi qui abbia avuto gioia – parto triste.

Non lascio dietro me erede alcuno,
né per la lira mia, né per il nome: -
il nome mio è trascorso come un lampo
e come un suono vuoto durerà nei secoli.

Ma voi che lo sapete, tramandate:
sacrificai la gioventù alla patria;
finchè lottò la nave – fui in vedetta,
quando affondò – anch’io mi inabissai con essa…

Chi mediti però sulla ria sorte
Della mia patria – ammetterà, se nobile:
non un manto d’accatto avea il mio spirito,
ma splendido dello splendore dei miei avi.

Gli amici si adunino di notte
E brucino nell’aloe il mio cuore,
e lo rendano a lei che me lo diede –
questo alle madri è il premio che offre il mondo: ceneri…

Gli amici miei levino in alto le coppe
E bevano al mio addio e alla lor miseria:
se spirito diverrò, mi rivedranno,
se Dio mi grazia dal tormento – non verrò…

Ma i vivi non perdano la speranza
E siano lume di cultura al popolo;
e vadano, se occorre, a morte certa,
come pietre scagliate da Dio in trincea!...

Quanto a me - lascio qui un pugno di amici
Capaci di amare il mio cuore fiero;
ho assolto il sacro compito, aspro, ingrato,
conscio di avere illacrimata sepoltura.

Chi altro saprà senza il plauso del mondo
Perseverare, del mondo incurante,
esser nocchiero a una barca di spiriti,
e involarsi silente come spirto in volo?

Resta di me questa forza fatale,
che finchè vivo è solo orpello al capo;
io morto, essa vi schiaccerà invisibile
e in angeli voi – vile volgo – muterà.

(Trad. Andrea Ceccherelli)